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giovedì 15 gennaio 2015

"Scrivere" di Mirella Frascolla.


Sento il bisogno di scrivere,
di lasciare alla carta i miei pensieri.
Le parole scritte non mentono,
rimangono immobili ma vive
pronte a far vibrare i sensi dello spettatore di turno
sul bianco dai bordi ingialliti.
Chi mette per iscritto i propri pensieri
ha subito le torture della sua anima instabile
e le sue urla per essere ascoltata.
Indagare nell'anima si deve,
a occhi rigorosamente chiusi,
accogliendo il flusso improvviso
che essa non trattiene,
aggressivo e invadente.
Sento il bisogno di scrivere
perchè il mondo di fuori non mi basta sempre.
Spesso non lo comprendo,
più volte mi spaventa,
ogni giorno mi affatica,
raramente mi rapisce.
E per il mio vivere in equilibrio
dentro una vita governata dal caos,
ho bisogni di carta, penna
e superfici libere da riempire della mia anima.

Mirella Frascolla

"Donne all'Opera-Parte 1", di Chiara Minutillo

Sin dagli albori del teatro il termine “attore” era riservato esclusivamente agli uomini, quando anche le parti femminili di una commedia o di una tragedia venivano affidate ai maschi, in quanto era considerato disdicevole per una donna salire sul palcoscenico. L’equivalente femminile, “attrice”, cominciò ad essere utilizzato solo nel XVII secolo, più o meno in concomitanza con la nascita dell’Opera, un genere teatrale in cui l’azione scenica tanto comune fino a quell’epoca, cominciò a essere abbinata a particolari tipi di musica e canto. Al contrario di quanto comunemente si pensi, quindi, l’Opera è un fenomeno musicale alquanto recente.

Senza voler scendere in dettagli eccessivamente tecnici, possiamo dire che l’Opera cominciò a prendere forma a Firenze e affonda le sue radici nel teatro medievale, per quanto riguarda la sua storia, e nella tragedia classica in relazione alle ideologie che rappresenta. In età barocca ebbe un’enorme diffusione, prendendo piede soprattutto nei teatri di Roma e Venezia. Il melodramma richiedeva, anzi, necessitava quasi forzatamente, con prepotenza, della presenza di figure femminili. La donna iniziò quindi a introdursi negli ambienti teatrali e musicali.

Fu proprio lo sviluppo del melodramma nei teatri veneziani a scambiare i ruoli affidati a uomini e donne nell'ambito della recitazione. Per quanto ancora vigesse il divieto per le femmine di cantare nelle strutture ecclesiastiche, sul palco mondano la cantante era la favorita. Nella Venezia devota al Carnevale, festa che iniziava il 26 Dicembre e proseguiva fino al martedì grasso, si trovava l’ambiente ideale per l’Opera in Musica così come era intesa all’epoca. Gli isterismi e le singolarità di quei giorni di festa si rispecchiavano nelle ambientazioni e nelle trame sfarzose del melodramma del tempo. Ma non solo. A risentire delle eccessi del Carnevale Veneziano fu anche l’importanza attribuita alla voce all'interno delle rappresentazioni. Lungi dall’essere l’insieme di duetti maschili e femminili o l'alternarsi di voci limpide e cupe a cui siamo abituati ora, le prime Opere erano prevalentemente scritte per voci acute, soprani o contralti, femmine o castrati. Ciascuna di queste parti poteva essere affidata indifferentemente a un uomo o una donna a prescindere dal genere effettivo del personaggio, con conseguenti, eventuali travestimenti. È chiaro quindi che la grande attrazione di questa versione teatrale degli eccessi carnevaleschi era il virtuosismo dei cantanti, in particolare delle donne. Queste ultime, allenate a cantare a un livello di difficoltà senza precedenti nella storia della musica, iniziarono ad accumulare potere, influenzando la produzione di opere che divennero ben presto farcite di arie sempre più elaborate, formate da musiche arzigogolate in modo tale che la voce delle soprano venisse costantemente messa in risalto. 


A fine Seicento quello di cantante cominciò a diventare, almeno per le donne, un lavoro a tutti gli effetti. Esse incassavano spesso più di qualsiasi altro addetto ai lavori, compositori compresi e per la prima volta cominciarono a poter dipendere dalla loro professione piuttosto che da un protettore. La scalata verso il successo in un mondo dominato dagli uomini, tuttavia, era tutt’altro che semplice. Suscitava sempre grandi problemi, soprattutto per quanto riguardava la rispettabilità di una signora: il fatto stesso che dovessero stare a stretto contatto con molti uomini, portava gli osservatori esterni a considerare poco oneste quelle donne che avevano fatto del canto la loro professione. A ciò si possono aggiungere le voci che circolavano sulle particolari capacità virili dei molti uomini castrati che riempivano la scena lirica, fornendo ottime prestazioni a rischio zero, in quanto incapaci di fecondare.


Sul versante francese, nel frattempo, prendeva piede la tragédie lyrique, ovvero l’Opera Tragica, per nulla influenzata dallo stile eccessivo dell’opera italiana. Le arie erano brevi e formali, gli abbellimenti che nello stile italiano fornivano tanta importanza alle donne, in Francia erano ritenuti volgari. I castrati erano visti con ribrezzo e quindi non ammessi sul palco. Per cominciare ad attuare in maniera completa queste riforme anche in Italia, in particolare riguardo alle voci, si dovette arrivare al 1800. I cambiamenti delle tipologie vocali non furono però indotti esclusivamente dalla moda del momento. Furono dettati dalla società del tempo e dalle nuove esigenze della messa in scena. In quell’epoca la moda cambio nettamente, simboleggiando ancor di più il distaccamento tra i due generi maschili e femminili, ragione per la quale gli uomini stessi sentivano di doversi distinguere. Inoltre in quegli anni si ampliò inesorabilmente l’orchestra dei maggiori teatri, con l’introduzione di strumenti nuovi o fino a quel momento inutilizzati. In armonia con le nuove esigenze musicali, l’intensità acustica di fiati e ottoni venne aumentata con una conseguente espansione, all’interno delle orchestre, della sezione dedicata agli archi. Gradualmente gli ottoni gravi divennero più importanti degli altri strumenti. In tutte queste riforme musicali la donna ne uscì ancora una volta avvantaggiata: la potenza della vocalità femminile poteva facilmente sovrastare la sonorità orchestrale più scura che cominciava ad essere utilizzata. Lo stesso non si poteva dire per le voci, seppur acute, degli uomini castrati. Cominciarono così ad entrare in scena altre tipologie di cantanti, tanto maschili quanto femminili: tenori, baritoni, bassi per quanto riguarda gli uomini, mezzosoprano per quanto riguarda le donne. Quest’ultima figura si andò ad aggiungere alle già esistenti soprano e contralto, ma sul discorso delle voci, in particolari femminili, dovremo tornare in un secondo momento, in quanto sono fondamentali non solo per capire l’Opera in sé, ma anche per comprendere pienamente e approfondire il ruolo della donna, sia come personaggio che come interprete, nel melodramma. In realtà, le riforme in campo vocale diedero il via ad una serie di altri mutamenti e perfezionamenti in termini di armonia, trame e caratteristiche dei personaggi, dando vita agli anni migliori e assolutamente inimitabili dell’Opera e creando una serie di personaggi, soprattutto femminili, indimenticabili.

“Non sono un angelo e non pretendo di esserlo. Non è uno dei miei ruoli. Ma non sono nemmeno il diavolo. Sono una donna e una seria artista, e gradirei essere giudicata per quello.” (Maria Callas)

Chiara Minutillo

"Un terremoto d'amore" di Nicole Lennek.



"Mia si fermò immobile, la mano di Simone era sul suo braccio. Si girò di scatto fissandolo negli occhi. Lui teso sorrideva. “Mia…” 

Lei deglutì, avvicinandosi a lui alzò il viso e gli scrutò il volto. Simone incatenò i suoi occhi a quelli di lei, allungò una mano sfiorandole le labbra con un dito e poi le passò una mano in vita attirandola contro di lui, fermandola con i suo corpo, infilandole le mani tra i capelli e sussurrando contro le sue labbra, mentre la fissava direttamente negli occhi.

“Mia, voglio fare l’amore con te.”

Nicole Lennek

"Big Eyes", un film di Tim Burton, recensione di Chiara Minutillo.


"Gli occhi sono lo specchio dell'anima". Per Margaret è più che una semplice citazione. Per lei, bambina timida, solitaria, sempre malaticcia, è semplicemente la realtà. Il disegno è la sua valvola di sfogo e Margaret dipinge bambini, come lei, ma con una particolarità: hanno occhi enormi, che risaltano sulla tela, parendo vivi, suscitando emozioni, racchiudendo paura, tristezza, solitudine, nella maggior parte dei casi. 
Margaret cresce e la sua passione cresce con lei. Dopo il primo matrimonio andato male, Margaret si trasferisce a San Francisco con la figlia, che spesso è il soggetto dei suoi quadri. Li conosce un uomo, un pittore di scarsa fama, Walter Keane, che immediatamente vede il potenziale di quella donna e ne sfrutta l'ingenuità o semplicemente l'amore. 
Margaret sforna un quadro dietro l'altro: il primo viene venduto nel bagno di un locale. Essendo ormai sposata con Walter, Margaret firma i suoi quadri con il cognome del marito il quale finisce per prendersene il merito. 
Sempre più sola, confusa e depressa, in balia del mondo di bugie che ha contribuito a creare, Margaret scappa un'altra volta con la figlia,ora adolescente. Scappa lontano, alle Hawaii. Qui, sarà lo studio della Bibbia e un progressivo cambiamento di fede, da Metodista a Testimone di Geova, a farle prendere la decisione di fare ciò che è giusto: riprendersi i suoi diritti d'autore e restituire a quanti avevano acquistato i suoi quadri il denaro estorto con la frode.
Big Eyes racconta la sua storia, a partire dalla prima separazione fino al processo contro Walter Keane, condensando 10 anni di fatti in poco piú di 90 minuti di film. Lungi dall'essere il nuovo capolavoro di Tim Burton e scordando conpletamente le sue atmosfere cupe e gotiche, il film racconta una storia vera che non é solo un dramma realmente accaduto. Margaret diventa in un certo senso l'emblema della donna nella societá degli anni '50 e '60, una societá in cui la donna dipendeva conpletamente dal marito, in cui per trovare un lavoro doveva avere il consenso del capofamiglia, in cui persino quando il marito la costringeva a mentire, doveva sottostare alle regole dettate dall'uomo. Una societá in cui la donna era per forza succube, uno strumento nelle mani dell'uomo che le viveva accanto, una societá in cui l'arte femminile non vendeva, in cui una donna divorziata poteva vedersi portare via i figli perché non in grado di mantenerli. 
Nel film vengono mostrate molte opere di Margaret Keane. Ma di tutte, il mio preferito é quello che nel film viene chiamato "la bambina con il cappotto giallo", che ritrae una bambina, dai grandi occhi neri e malinconici, con un gatto nero tra le braccia. La particolarità di questa pittrice era riuscire a rapire l'anima dei suoi soggetti per trasferirla sulle tela dipinta, in quei grandi occhioni, intrappolando in essi anche il suo stesso cuore.

Chiara Minutillo

"All'improvviso la felicità" di J Courtney Sullivan, recensione di Rosaria Andrisani.



Il libro di J Courtney Sullivan, scrittrice e giornalista che vive a Brooklyn, All’improvviso la felicità (Edizioni Garzanti) è una storia d’amore narrata nelle sue sfaccettature più nascoste e particolari. Ai vertici della classifica del “New York Times” il romanzo è stato tradotto in trenta lingue conseguendo un grande successo, tanto da attirare l’interesse delle produzioni cinematografiche.

Sin dalle prime pagine del libro il lettore si trova di fronte ad avvenimenti il cui filo conduttore è la felicità, da sempre cercata, desiderata nella vita di ognuno di noi. Ciò che lega le storie raccontate é un diamante, espressione di una promessa, rivelazione di un destino condiviso nel nome dell’amore.

A Philadelphia, la giovane copywriter Frances, deve creare uno slogan per De Beers, il famoso produttore di diamanti. La frase da lei ideata, “un diamante è per sempre” racchiude il valore del gioiello, manifestazione della felicità che unisce due persone, rendendo quell’oggetto speciale. Anche Evelyn, quando ha ricevuto in dono il diamante da suo marito, conserva nella sua mente il ricordo del gioiello come la più importante promessa d’amore, tanto da voler dare il suo prezioso monile a sua nuora. James, un paramedico, farà il possibile, compresi i turni di notte al lavoro, per regalare a sua moglie lo splendido gioiello e renderla felice e Delphine troverà nel diamante un motivo di riflessione per capire se ha preso la giusta decisione nel troncare il suo matrimonio e seguire la sua coinvolgente passione.

All’improvviso la felicità è un libro scorrevole, intrigante; i personaggi conducono il lettore nelle loro vicende e nei loro segreti, nella speranza di un amore infinito, unico. La pietra che brilla di luce riflessa è da intendere nel suo significato più puro e profondo: è il simbolo di un impegno reciproco, che lega due persone che si amano, nella speranza che questo sia per tutta la vita.

Rosaria Andrisani

mercoledì 14 gennaio 2015

"Viaggi di uno psicologa in crisi" di Graziela Bergamini


"Quindi, dagli undici anni, replicai lo stesso standard di fuga dai ragazzi e, dopo, dagli uomini. Quelli che non mi attraevano erano amici. Quelli che invece mi attraevano erano pericolosi. In loro presenza, non ero me stessa. 
Una bambina con la testa in formazione trae molte conclusioni sbagliate sulla vita e le sovraccarica fino allo sfinimento. Alcune delle migliaia di conclusioni senza senso furono: 
Conclusione numero 1: Non potevo essere naturale, femminile, perché significare essere debole, umiliarmi. 
Conclusione numero 2: Gli uomini sono pericolosi, superiori, distanti, potenti.
Conclusione numero 3: Io sono una donna, sono piccola, sono differente da tutta la famiglia, quindi non appartengo a nessun gruppo – c´è qualcosa di sbagliato in me.
Tutte queste conclusioni assurde per un adulto ma logiche per una bambina si fortificarono con il passare del tempo, prendendo forma e riconfermando la propria falsa validità.
La mia percezione, per quanto la realtà fosse differente, si adeguava per incastrarsi in questa visione prestabilita. Furono anni di conflitti interni perché, alla fine dei conti,una parte di me voleva una relazione, voleva essere femminile, lasciarsi andare, senza sentirsi umiliata. E oltretutto, io mi innamoravo con una certa facilità; avevo sempre qualcuno di speciale che occupava il mio cuore."

da Viaggi di uno psicologa in crisi, di Graziela Bergamini

"Odore di bimbo. La storia di Chiara" di Giovanna Albi , recensione di Rosaria Andrisani.






Sin dalle prime pagine del libro Odore di bimbo si intuiscono la complessità e la profondità di un vissuto, quello di Chiara, la protagonista del romanzo di Giovanna Albi.
Ogni uomo è un mistero. Sembra banale e l’hanno già detto in molti, ma Chiara ha un segreto chenemmeno Chiara sa: una parte della sua persona le è completamente ignota
Non si tratta di una storia che parla di bambini, come potrebbe indurre a capire il titolo, ma di un diario introspettivo; l’autrice stessa definisce il suo libro un “romanzo di formazione” che “educa ad aspettare, a guardarsi dentro”. 
Odore di bimbo è un racconto scritto in terza persona che manifesta le sensazioni nascoste di Chiara, un avvocato che affronta il suo lavoro con grinta, ma che ha conosciuto la depressione, che cerca le emozioni e le allontana, che affronta con coraggio i conflitti interiori del suo percorso esistenziale. Chiara dà voce alla sua sensibilità. Il suo intimo universo è caratterizzato da tanti aspetti: il difficile rapporto con suo padre quando era bambina, l’abbandono della zia, per lei come una madre, le amicizie che l’hanno delusa e tradita, il figlio che tanto ama, la nonna, le sue amiche fidate, la continua ricerca di se stessa.
Chiara non sa cosa sia il presente, vive in una perenne allucinazione di sé, in una condizione di geisha morente tra mille ruoli che ha dentro la mente
Siamo, dunque, di fronte a un personaggio complicato, una donna fragile, ma al tempo stesso, decisa a trovare la soluzione ai suoi problemi, che ogni giorno combatte contro le sue insicurezze, i suoi fantasmi e vuole capire e superare le sue difficoltà.
Lei è davvero immortale dea, figlia di dei; il suo messaggio è incancellabile, perché incarna la voglia di vivere a tamburo battente
E in questo cammino di crescita, spesso controverso, entrano in gioco Federico, il compagno di Chiara, colui che le ricorda “l’odore di bimbo”, e che la riporta alle sue origini, alle sue certezze, l’uomo più importante della sua vita, con il quale ha condiviso gioie e dolori, ansie, momenti bui e spensierati. Poi ci sono anche altri uomini che lei frequenta, ma senza importanza e senza amore; si definiscono l’uomo Achille, l’uomo Don Abbondio, l’uomo Narciso e l’uomo Ettore. 
Il romanzo di Giovanna Albi, però, è molto di più; infatti, presenta riferimenti letterari, filosofici, rimandi alla storia e alla psicoanalisi, che la Albi definisce “deleteria”. Si parla di Manzoni e di Leopardi, con il quale Chiara si identifica, definendolo “tra i più coraggiosi e i più vitali dell’universo letterario”. Sono trattati, inoltre, in maniera molto intelligente, temi attuali quali l’insegnamento, a proposito di cui l’autrice afferma che “nella scuola, come ovunque, si sono instaurati principi e potentati”.
L’opera, strutturata in tanti racconti, eredita, naturalmente, il poliedrico e ricco bagaglio culturale di Giovanna Albi, la sua formazione umanistica, gli studi approfonditi e accurati dei classici antichi, della filosofia e della psicoanalisi. Articolato, dal linguaggio metaforico e dallo stile elegante e ricercato, il romanzo, a volte, non è di immediata comprensione; ma tutto questo gli conferisce un valore che lo rende particolare e molto bello, perché induce a riflettere, a scavare dentro di noi, a porci delle domande e a trovare della risposte.
Potrei definire Odore di bimbo un insieme di preziose meditazioni messe insieme, legate da un filo conduttore che è Chiara, simbolo delle paure dell’essere umano, della forza che emerge proprio quando pensi di aver toccato il fondo; e da qui, tante considerazioni su temi attuali, rimandi storici, letterari, filosofici che ci spingono a ragionare sul nostro presente, a capire in quale società viviamo e, nel nostro piccolo, a cercare di cambiare ciò che per noi è sbagliato.  
La storia di Chiara ci coinvolge emotivamente, mostrandoci bagliori di luce.“Di questo sono certa: la vita è un’opera d’arte e dobbiamo trovare il palcoscenico giusto della nostra espressione e, se ne abbiamo uno, non dobbiamo permettere a chicchessia di buttarlo giù a colpi di parole, specie psicoanalitiche. Cosa ha deciso Chiara: farà quel viaggio da sola e certamente qualcosa, qualcuno (se stessa) troverà”.

Rosaria Andrisani