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giovedì 5 marzo 2015

"Pensieri di una mente Pigra" di Maria Francesca Consiglio.

STRALCIO
Piango lacrime d’acetone nella speranza possano sciogliere il grigio del mio volto; asmatica d’amore mi cullo nel dondolo dell’attesa. Tocchi invisibili gravano sulle mie spalle; nessun diavolo o angelo della coscienza perché questo amore l’ha uccisa e con essa ogni orgoglio. Ho banchettato con i brandelli dei rimpianti e brindato con il sangue dei rimorsi fino a scoppiare pur di non viverti. Non ho da aspettare nulla io, avvoltoio dei miei istinti. Le sopracciglia sempre inarcate all’insù (che un cane morente a mio confronto par un giullare di corte) fanno da ponte levatoio al fossato che scivola sul mio naso bugiardo. Ancora mi cullo nel dondolo della disperazione muta; solo il mio stomaco corroso la conosce. Questo amore è il mio rifiuto verso il mondo, il mio malumore perenne, la mia risata isterica. Questo amore è una clessidra di sassi incollata sul mio cuore. Ti grido di sparire e un secondo dopo mi maledico; poi mi maledice l’ombra del mio orgoglio. Mi sento svenire negli abbracci degli sconosciuti, sanguino dalla bocca ai baci degli altri. Questo amore è un amico immaginario dispettoso che mi sussurra un “no” per ogni cosa, che mi spinge all’estremità del letto mentre dormo, che altera il sapore del mio cibo, che mi guarda fare l’amore dagli angoli della mia stanza e ride di me. Sono una non fotogenica perenne che fugge dagli scatti degli sguardi di qualsiasi persona. Bruciano i miei occhi soltanto a leggere la parola amore, al solo vedere due mani felici che si sfiorano, al sol respirare l’odore del tuo autunno. Questo amore è una coltre nebbia di sospiri intorno al mio cuore. Dio mi salvi da questo amore. - 
Maria Francesca Consiglio Writer- all rights reserved.

mercoledì 4 marzo 2015

"Sesto Vento" di Silvia Tortiglione.


Mi sono spesso domandato cosa occorra per scrivere un romanzo. La vita è varia, non incredibile; a volte si cammina a passi celeri; a volte si riposa con la dovuta quiete. Io non sono un romanziere. Le uniche pagine che ho imbrattato sono il corpus di queste memorie. E temo anche di essere stato fin troppo sincero, giacché allo scrittore spetta il compito di levigare le aguzze punte della realtà. Loro – i romanzieri – scrivono con inchiostro d’illusione e lavano via ogni macchia grazie al cadere della pioggia all'alba. Come riescono i suoni, le paure, gli spasimi ad avere gambe? I romanzieri sono attenti alle porte che sbattono e alla gente che vien fuori, magari ridendo, magari sbraitando; e li riconosci subito, perché sulle labbra dell’artista delle lettere figura un sorriso al primo colpo di vita. 
Ci sono poi scrittori che vanno oltre, coloro che s’impegnano nel cambiare l’ordine del mondo e lo fanno con un’arma suprema, il silenzio. Questi muovono la terra con due frasi, camminando con le mani strette dietro la schiena e il capo alto; la bellezza germoglia dietro a ideali sicuri. Credo ancora sia necessario che il romanziere porti nella sua opera il vento, che è vario e tremendo alle spalle, il vento che t’invita a correre e ti rende dimentico di ora e di qui. 
E di cosa sono frutto le immagini che prendono il via nella nostra mente dopo alcune ore di lettura? Dell’esperienza, forse. Ma trovo sia più probabile che suddette immagini siano nate in seguito ad alcuni istanti di musica che balzarono nello studio dell’artista. Istanti di musica? Non so come spiegarlo. Vedo gli scrittori, quelli veri, alzarsi nel bel mezzo della composizione e ballare, così al passo della polvere e del sole, delle falene e del tormento. Gli istanti di musica sono una forza inaudita che spinge all'amore, questo fuoco che si trova alla base di ogni metafora e di ogni paragone, che si libra sugli artifici donandogli una veste ricca di rose e d’alloro. 
Eppure, una sola cosa è fondamentale per la riuscita di un’opera: saper educare il lettore alla grandezza di valori inattuabili, certo, ma possibili in virtù del fremito che rubano. Se la realtà ci venisse gettata sul viso senza riguardi e senza rivincite, quale educazione ne ricaveremmo? Ne sono esisti di grandi scrittori che con il ticchettio di un orologio (tic toc tic toc) ti facevano partecipe della speranza. Tic Toc e non potevo astenermi dal riflettere che un buon cuore ci tiene in piedi e supera il sangue ormai padrone di ogni giardino.
Quante inutili congetture! Devo ringraziare ancora quella letteratura madre di chimere e di false promesse. No, non false promesse, debiti che aspettano un eroe, qualcuno che muti in azione i meravigliosi precetti di un paio d’occhi che han visto la gioia e la morte e che si sono posati su di un mucchio di pagine bianche. 
Miei cari romanzieri, quando le vostre anime saranno lette da colui o colei in grado di plasmare la vita secondo le vostre norme? Sarà un lettore capace di piangere sulle vostre scene e di parlare sempre della vostra alta memoria, come foste guerrieri di carta. Questo lettore dovrà sbucare da un cumulo di sporche macerie, recuperando uno o due fiori dai quali si spargerà l’invito alle rondini.
Silvia Tortiglione

"La zona del Canto" di Silvia Tortiglione

Tu sei la foglia della sera
con il suo gusto di buio
e i nervi ritti contro le stelle;
questa notte vale molto più dell’alba
e delle sua schiera di giovani ancelle
dal seno dolce e i biondi crini.
Se vuoi, perditi un po’, cara selva
lascia che le mie braccia cingano
le tue vesti leggere; lascia che io
dimostri quanto ben poco fa il tempo, 
una volta che il cuore s’alza 
con la prima onda d’un suono
e il corpo lo segue nell'impeto.
Ti prego, dì il mio nome 
tra il vento dell’ombra,
dillo e inventa un sentiero
per giungere alla tua schiena
e formami secondo la tua voglia
d’illusione; guarda alla mia vita
con quegli occhi d’ambra che amo
tanto come fossero poesie d’oro.
E se al mondo ti mostri con l’inverno
degli anni – inverno gioioso –
dipingerò nell'anima lo spettro
di una selva silvana al tramonto,
culla d’usignoli e bagnata di brina,
fresca e pura come all'aurora 
dei giorni che furono; senza nubi
impigrite dal gelo e con le volpi
chiamate al canto del vino.
Tornerò alla bruna selva
per posarmi sul manto d’autunno
che muore, come allo sfiorire 
di una nenia, pianto di giovane amore.

"Le lacrime di Nietzsche", recensione di Chiara Minutillo.


Mi chiedo spesso cosa significhi essere un medico, entrare in contatto con persone che soffrono, affette da ogni sorta di malattia, a volte senza la speranza di trovare una cura o con l'illusione che una sperimentazione possa cambiare la loro vita. Mi chiedo spesso fin dove debba spingersi un medico nell'alleviare le pene del proprio paziente: quando non ci sono cure valide in circolazione, meglio lasciar perdere o meglio fare ogni cosa in proprio potere pur non sapendo quale sarà il risultato?
Se il medico viennese Josef Breuer potesse rispondermi ora, probabilmente mi direbbe che il compito di un medico è dare una speranza a chi di speranze non ne ha più. Questo, almeno, è ciò che lui stesso si è ritrovato a fare: divenire un medico della disperazione in un'epoca in cui si pensava che l'ipnosi potesse risolvere ogni sorta di malattia psichica e psicologica. 
Nella Vienna di fine XIX secolo, Breuer si trova a fare i conti con un filosofo orgoglioso e altezzoso, convinto che l'umanità non sia ancora in grado di capire la sua genialità. Ma il medico non ci mette molto a capire che dietro tanta arroganza si nasconde un uomo realmente disperato che non vuole ammettere il proprio stato. Allora, forse, l'unica terapia possibile è quella di invertirsi i ruoli: Breuer diventa paziente e Nietzsche si trasforma in dottore, rendendosi il medico di se stesso. 
Con il procedere della cura, in Breuer si fa strada una certezza: la disperazione accusata da Nietzsche non gli è poi così estranea. Non perchè l'abbia vista in altri pazienti, ma perchè è finalmente divenuto consapevole che essa si muove anche dentro di lui. Con sintomi diversi, ma con una base comune: l'amore per una donna che non possono amare o che non desidera farsi amare.
"Le lacrime di Nietzsche" è costituito da un continuo scambio di battute filosofiche e psicologiche, una presentazione di personaggi importanti tanto della filosofia quanto della medicina e della psicanalisi: Friedrich Nietzsche, Josef Breuer, Sigmund Freud e Lou von Salomè. È un romanzo che fonde fantasia e realtà, portando il lettore in un viaggio all'interno della profondità umana, della sua psiche, del suo inconscio e del suo pensiero. È un romanzo in cui i personaggi femminili hanno apparentemente un ruolo di secondo piano, ma in realtà possono essere considerati i personaggi principali, il centro della storia, il perno attorno al quale ruotano le vicende di due uomini tanto diversi nelle loro idee quanto simili nella loro disperazione.

Chiara Minutillo

martedì 3 marzo 2015

"Emma" di Elena Boselli.


STRALCIO
"Ero così, amavo le relazioni difficili e ne andavo in cerca. Volevo un amore struggente che mi consumasse, che mi tenesse sulle spine, sveglia la notte, in ansia di giorno, del genere non posso fare a meno di te amore. Si ero io che mi cercavo le difficoltà ne sono consapevole. Del resto non ho mai amato le cose facili, basta guardare che corso di laurea ho scelto, devo sostenere esami che presentano non poche difficoltà, ma la cosa non so perchè mi stimola ancora di più. Perchè quando ottieni qualcosa con molta fatica, quella cosa automaticamente assume un valore enorme, te la godi fino in fondo. E così ero anche nell'amore, dico ero perchè ormai oggi ho cambiato del tutto registro, si sono affascinata ancora dai problemi complicati e dalle situazioni un po' intricate ma non al punto di prima, ora, almeno in amore, voglio che sia il più semplice e dolce possibile. 
E così, siccome sono testarda e sbagliare una volta non mi basta, finii per cacciarmi in una relazione che se ci credete era anche peggio. Sì ho proprio lo spirito della scienziata, intuisco il problema e fino a che non ho la certezza assoluta della risposta continuo a sbatterci la testa, vedere per credere, numerose volte, bisogna avere una significatività statistica e un risultato riproducibile e bla bla bla. Diciamo che ho applicato questi principi anche nelle mie relazioni amorose, cosa tutt'altro che consigliabile. In amore un ragionevole dubbio non ha un gran peso, anzi quando lo percepisci è ora di filarsela a gambe altrimenti finisci per impazzire."
Elena Boselli

"Cinque racconti persiani" di Manna Parsi.


Cinque racconti persiani narra in prima e in terza persona la vita di cinque personaggi le cui storie si sviluppano nel contesto socio politico iraniano che va dagli anni Trenta del Novecento fino ai nostri giorni
Il primo dei cinque è un racconto di formazione
E’ la storia Afrasiab, un ragazzo che cresce in una famiglia agiata degli anni Trenta. Mentre la seconda guerra mondiale infiamma l’Europa, l’Iran diventa un ponte per gli Alleati contro le forze nemiche. Afrasiab è testimone di un paese che va verso la modernizzazione rinnegando la tradizione e il clero e, allo stesso tempo, è testimone della povertà che affligge il popolo iraniano, anche per la presenza devastante degli stranieri. 
La scelta del personaggio maschile, Afrasiab, è un omaggio ad una persona cara ed è una testimonianza dell’assenza di ‘voci’ femminili all’interno delle famiglie di quei tempi. La voce delle donne al di fuori dei muri di casa germogliava lentamente ma all’interno prevaleva da generazioni l’ordine patriarcale, accettato dalle stesse donne.
Con la ‘Rivoluzione Bianca’ indetta dallo scià Mohammad Reza Pahlavi, modernista e filoccidentale, all’inizio degli anni Sessanta è concesso il diritto di voto anche alle donne. Nonostante la rigida contrapposizione del clero e dei tradizionalisti, le donne iraniane intraprendono il cammino verso l’emancipazione ed escono gradualmente dalla sfera privata per occupare posti anche di rilievo in quella pubblica. 
La storia di Banoo racconta la vita di una donna negli Sessanta e Settanta. Nonostante un leggero difetto fisico Banoo raggiunge una posizione di prestigio nell’ambito del lavoro mentre continua a combattere i luoghi comuni e i pregiudizi all’interno della famiglia che la costringe a rispettare le tradizioni e i suoi limiti.
Con l’avvento della rivoluzione islamica e la guerra tra Iran e Iraq, alla fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, lo scenario socio politico iraniano va in una direzione caotica e indefinita. Ziba narra la storia d’amore e di amicizia di tre ragazzi, che crescendo vedono le loro strade dividersi per circostanze avverse. Anche la voce narrante è incapace di definire il loro cammino al susseguirsi degli avvenimenti e a nulla servono gli sforzi e l’aiuto della moglie, anche ella testimone della vita di quei tre ragazzi. Ziba rappresenta l’Iran degli anni Ottanta. Tutti, a loro dire, vogliono il meglio per lei ma non fanno altro che danneggiarla ancora di più e, alla fine, Ziba finisce nell’oblio e nell’indifferenza fino alla distruzione. E’ quasi impossibile trovare una spiegazione a tutto ciò che accade in quegli anni bui. La realtà diventa molteplice e nasconde ideologie persino autodistruttive e anche l’atto del narrare perde la sua oggettività.
Nonostante la guerra e la situazione politica dopo la rivoluzione, tra gli anni Ottanta e Novanta la vita quotidiana continua lenta ma con tanta voglia di normalità. 
Talà è la storia di cinque donne che raccontano in prima persona la loro maturazione e l’ approccio al mondo esterno. Tra obblighi delle tradizioni e voglia di libertà ognuna di loro intraprende un proprio percorso con esiti inaspettati. 
Già dagli inizi del Novecento una prerogativa del popolo iraniano è stata quella di conoscere il mondo occidentale e confrontarsi con esso. Scambi culturali, viaggi, traduzione e diffusione di testi letterari, favoriscono nuove vedute della quotidianità tra la gente comune. 
I personaggi partono per una conoscenza comparativa: Afrasiab continua gli studi in Europa, Banoo prende un corso di formazione a Londra, Ziba sogna di raggiungere il suo amore in Francia e Roya, nella storia di Talà, trova se stessa grazie alla decisone di vivere altrove. 
Nassim, nel quinto ed ultimo racconto, supera la soglia dei limiti e sceglie l’evento traumatico dell’emigrazione, fenomeno in crescita nell’ Iran del terzo millennio che vede, per ragioni diverse, soprattutto le donne come protagoniste attive. Le iraniane grazie ad una nuova coscienza formatosi nell’arco di decenni di lotte spesso silenziose, a volte urlate, hanno trovato il coraggio di determinare il loro destino e ricominciare la vita desiderata altrove. 
Nel ‘Cinque racconti persiani’ i personaggi non si incontrano e non si riconoscono ma vivono esperienze simili che hanno origine da usi, costumi e tradizioni della società iraniana.
Ad Afrasiab si susseguono personaggi femminili per il desiderio di porre all’attenzione la vita delle donne del mio paese, di cui facevo parte anche io pur ammettendo di avere una conoscenza limitata della complessa società iraniana.

"Questo è l'amore" di Anna Maria Benone. (Frammento)

Questo è l’amore, ti stringe dentro e porta via
come un breve, intenso soffio di vento.
Non è impaurito dalla sua stessa ombra.
Questo è l’amore!
Non ha parole,
non ha menzogne
solo petali di luce
di una rosa senza spine.

Anna Maria Benone